Intervista a Pina Scognamiglio, presidentessa del Centro Italiano Femminile di Castellammare
Il Centro Italiano Femminile (CIF) è un’organizzazione fondata in Italia nel 1944, che ha come obiettivo la promozione e la tutela dei diritti delle donne e delle famiglie. A Castellammare è presente dal 2012 e si configura come una realtà di primaria importanza nell’ambito dell’impegno sociale e culturale a favore delle donne e della collettività. Attraverso iniziative mirate, progetti di inclusione e un costante lavoro di sensibilizzazione, il CIF rappresenta un presidio fondamentale per la tutela dei diritti femminili.
A guidarci in questa riflessione è la presidentessa Pina Scognamiglio, figura di riferimento nel panorama dell’attivismo locale, da sempre in prima linea nel dare voce alle istanze delle donne, troppo spesso rimaste inascoltate. Con lei approfondiamo il ruolo del centro, le sfide che ancora permangono nella piena affermazione della parità di genere e le prospettive future per una società più equa e inclusiva.
Quali sono le iniziative più rilevanti che avete realizzato di recente e quali obiettivi vi ponete per il futuro, in un contesto sociale in continua evoluzione?
Il nostro impegno si concentra principalmente nell’ambito scolastico, con l’obiettivo di decostruire gli stereotipi di genere e fornire ai più giovani gli strumenti per riconoscere la violenza, spesso celata dietro dinamiche apparentemente normali. La consapevolezza è il primo passo per il cambiamento, e purtroppo oggi si riscontra ancora una scarsa percezione dei segnali di relazioni tossiche. Molte ragazze tendono a giustificare comportamenti possessivi e atteggiamenti oppressivi, interpretandoli come espressioni d’amore anziché campanelli d’allarme, quello che oggi definiscono con orgoglio il “malessere”.
Una delle iniziative più significative che abbiamo realizzato è stato l’incontro con l’on. Valeria Valente, ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, che ha evidenziato proprio questa mancanza di consapevolezza nei giovani. Da questo confronto è emersa l’urgenza di lavorare su un’educazione affettiva e relazionale che permetta di riconoscere e prevenire situazioni di abuso sin dalla giovane età.
Abbiamo inoltre sostenuto la realizzazione del Muro della Violenza, un progetto che ha ispirato la giornalista Enrica De Maio nella produzione del documentario Ogni 72 ore , trasmesso anche su Rai Uno, un’opera di denuncia che racconta la drammatica frequenza con cui le donne sono vittime di violenza in Italia.
Guardando al futuro, continueremo la nostra opera di sensibilizzazione nei consultori e negli studi medici, diffondendo i numeri anti-violenza e promuovendo spazi di ascolto e supporto. Tra le iniziative che ci proponiamo di realizzare c’è anche l’affiancamento di targhe commemorative dedicate alle donne accanto a quelle già esistenti per gli uomini illustri, perché la parità di genere passa anche attraverso il riconoscimento del valore e del contributo femminile nella storia.
Molte donne si trovano ancora oggi a dover affrontare discriminazioni, precarietà economica e violenze, spesso nel silenzio. Quali strumenti e risorse il CIF mette a disposizione per offrire supporto concreto e quale risposta riceverete dal territorio?
Lo strumento più efficace è sempre la divulgazione. Abbiamo istituito dei corsi di autodifesa, dedicati soprattutto alle giovani donne, che hanno riscosso molto successo. Cerchiamo di dare un mezzo per riconoscere la propria forza e metterla in atto nei momenti di difficoltà; ci proponiamo di portarli in futuro anche nelle scuole. Organizzare delle giornate dedicate all’argomento nelle scuole ma anche con la presenza delle famiglie, la cui collaborazione è fondamentale.
Michela Murgia affermava che “Il potere femminile esiste ma fa ancora paura”. Quanto è ancora attuale questa affermazione nel contesto italiano, e quali resistenze si incontrano nel riconoscere la leadership femminile, sia nella politica che nella società civile?
È un’affermazione ancora valida purtroppo, che testimonia un’inerzia culturale che fatica a riconoscere pienamente la leadership femminile. Se da un lato le donne hanno conquistato spazi di rilevanza in molteplici settori, dall’altro persistono resistenze strutturali che rendono la loro ascesa un percorso a ostacoli. Uno dei principali nodi irrisolti è la presenza ancora esigua di donne nelle posizioni decisionali, tanto nella politica quanto nel mondo imprenditoriali. Basti osservare la percentuale di donne in ruoli apicali: un dato che, nonostante le dichiarazioni di intenti e le politiche di pari opportunità, resta drammaticamente basso. Questa esclusione non è frutto del caso, ma di una cultura che associa il potere a un codice maschile, fatto di gerarchie rigide.
Il potere delle donne destabilizza perché è un potere che rompe l’ordine consolidato e minaccia lo status quo, proprio perché introduce una prospettiva diversa, più fluida e meno verticale. E, soprattutto, è un potere che non chiede il permesso: è l’esercizio della libertà di autodeterminarsi, di incidere sulla realtà, di dire “decido anche io” senza dover giustificare la propria presenza al tavolo delle scelte. Molte donne in politica o ai vertici aziendali vengono rappresentate come eccezioni, come se il loro successo fosse un’anomalia piuttosto che un’evoluzione naturale della società.
A mio parere il linguaggio contribuisce a cristallizzare gli stereotipi di genere, ad esempio attraverso l’uso di termini come “mogli di” o “madri di” per definire le donne in funzione di qualcun altro. Quanto si ritiene che il cambiamento linguistico possa incidere realmente sulla percezione sociale della donna?
Negli ultimi anni, fortunatamente, si è avviato un processo di maggiore consapevolezza, anche all’interno delle scuole, dove si cerca di educare le nuove generazioni a un uso del linguaggio più equo e inclusivo. Tuttavia, il radicamento della cultura patriarcale è profondo e spesso inconsapevole: molte espressioni sessiste vengono ripetute senza che se ne percepisca la portata discriminatoria. Decostruire questi automatismi richiede un impegno costante, perché il cambiamento linguistico non è solo una questione di forma, ma un passo concreto verso una trasformazione culturale reale e duratura.
Il 1975 viene dichiarato dall’Onu «l’anno della donna» e si organizza in Messico la prima conferenza mondiale dedicata alla questione femminile e alla libertà della donna. Sono passati 50 anni ed è ancora arduo per le donne autodeterminarsi al di là dei modelli imposti. Lei crede che oggi in Italia una donna sia davvero libera di scegliere il proprio percorso senza subire pressioni o strutturali, ad esempio sulla maternità culturale?
Ancora oggi, durante un colloquio di lavoro, a una giovane donna viene spesso posta la domanda – mai rivolta a un uomo – se ha intenzione di avere figli, segnale inequivocabile di quanto la maternità sia ancora considerata un ostacolo e non una scelta individuale. Allo stesso tempo, una donna che decide di non avere figli viene spesso guardata come “monca”, come se la sua realizzazione fosse necessariamente legata alla maternità e non alla propria autodeterminazione. Questo controllo sociale sulle scelte femminili si spinge fino alle forme più estreme, poiché è proprio la libertà delle donne a generare le reazioni più violente da parte di chi vorrebbe mantenerle entro schemi prestabiliti. Il solo fatto che l’autodeterminazione femminile scateni ancora resistenze ci dimostra quanto la strada verso una reale libertà sia ancora una sfida.